Covid-19, schemi maladattivi interpersonali e strategie di fronteggiamento: quale relazione?


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Quando si dice che l’uomo è un animale sociale si dice una grossa verità: non possiamo fare a meno dell’altro, sia esso reale oppure interiorizzato nella nostra mente. Già normalmente nella vita è molto difficile che questi bisogni siano adeguatamente soddisfatti, in questo periodo drammatico, lo è ancora di più.


2020-05-29 | 18:57

Si suggerisce l’ascolto di Tomorrow Never Knows (Beatles,1966) durante la lettura.

Un altro articolo sul Coronavirus? Ma non si può parlare d’altro? A quanto pare no. Il covid-19 ha impattato a sorpresa sulle nostre vite, stravolgendole. Gli scenari sono ancora tutti aperti, nessuno sa cosa accadrà nelle prossime settimane e nei prossimi anni. Cosa cambierà? Come sarà la nostra vita e la nostra società? Forse è proprio questo stato di incertezza che genera angoscia e paura, oltre alle conseguenze pratiche, relazionali e di salute causate dall’isolamento forzato. Tanto si sta dicendo e tutti ne stanno occupando, a vario titolo e con più o meno legittime competenze. Noi proviamo a farlo puntando l’accento su come le persone stanno reagendo positivamente e in modo sorprendentemente creativo a tutto questo.

Partiamo dal presupposto che tutti noi mammiferi abbiamo bisogni che devono essere soddisfatti, dalla nascita fino all’ultimo respiro (Bowlby, 1969; Dimaggio et al., 2019; Liotti & Monticelli, 2014). Sono sistemi motivazionali interpersonali (SMI) di base, biologicamente determinati. Sono sempre desideri relazionali (Wish), hanno bisogno dell’altro per essere appagati. Le attivazioni dei vari sistemi motivazionali e dei vari Wish alla base degli schemi maladattivi interpersonali (Dimaggio et al., 2019) possono generare quadri variegati di malessere e sintomi clinici più o meno intensi, sia psicologici che fisici. Quando si dice che l’uomo è un animale sociale si dice una grossa verità: non possiamo fare a meno dell’altro, sia esso reale oppure interiorizzato nella nostra mente. Molto dipende dalle immagini nucleari di sé che si sono create e iscritte nei corpi e nella mente in base ai nostri eventi di vita. Già normalmente nella vita è molto difficile che questi bisogni siano adeguatamente soddisfatti, in questo periodo drammatico, lo è ancora di più. Quindi, ci vogliamo sbizzarrire un po’ a ipotizzare cosa succede, senza allontanarci però dalla realtà clinica offerta dai nostri pazienti e che, molto probabilmente, riguarda anche noi terapeuti.

Gli Schemi Maladattivi Interpersonali nel CoViD-19
Ci sono pazienti che si trovano a inibire ogni esplorazione autonoma ed ogni forma di libertà curiosa e legittima, si sentono particolarmente costretti e ingabbiati dalle limitazioni imposte, dalle convivenze con altri familiari, dalle attività inaccessibili, se non in modalità online. I pazienti in fase intermedia di terapia, a cavallo, quindi, tra la concettualizzazione condivisa del funzionamento e la promozione del cambiamento (Dimaggio et al., 2013), dopo tanto lavoro, in cui erano riusciti ad identificare e assecondare il proprio Wish, si trovano scomodi nelle loro case, provando costrizione, impotenza, rabbia. Possono soffrire per questi motivi in modo molto più intenso degli altri.

Poi ci sono i pazienti in cui, in questi stati di emergenza e di riattivazione di un sé vulnerabile, si innesca l’attaccamento. Essi si sentono ancora più abbandonati se costretti, ad esempio, a stare lontani dai propri cari, a non poter ricevere cure e attenzioni dall’altro e magari faticano a differenziare, scambiando distanza per abbandono schema-correlato. Possono allora, provare paura e ansia, emozioni che devono pur gestire in qualche modo.

Per altre persone invece il problema principale è la sopravvivenza, sono principalmente preoccupati per la propria salute e terrorizzati di contrarre il virus (sistema di sicurezza e/o di attaccamento). Pensiamo poi a tutte quelle persone che hanno genitori anziani o figli lontani, qui l’accudimento può essere ai massimi livelli. Ci si sente colpevoli o indegni anche se la badante ha fatto la pasta un po’ scotta o se il figlio fuori sede è dimagrito 300 grammi. Oppure, pazienti che sono angosciati esclusivamente dal fatto che possono contagiare gli altri qualora dovessero contagiarsi loro, sentendosene in colpa solo all’idea. Già costruiscono scenari apocalittici in cui sono untori, responsabili del danno altrui. E quindi possono scegliere di autoisolarsi, o attuare altre modalità di accudimento ipertrofico verso l’altro.

Inoltre ci sono loro, i pazienti che desiderano l’apprezzamento grandioso e speciale, che impegnano molto tempo nell’immaginare azioni eroiche, salvifiche. Si immaginano nella loro torre d’avorio, intoccabili, ad essere i primi a trovare il vaccino, i primi a suggerire manovre anti crollo finanziario. Sono i paladini delle mascherine introvabili. E poi, invece, ci sono gli adepti del workaholism e del perfezionismo che, ovviamente bloccati, non potendo lavorare, produrre, studiare o essere performanti nello sport, nelle uscite, nella società, nella sessualità, devono combattere con quei vissuti di inadeguatezza, oppure di indegnità e cadere nella “sindrome del Grande Lebowski” (si vedono fannulloni, oziosi e lavativi, ai margini del gioco della vita). E cosa succede quando l’attivazione riguarda il sistema sessuale? Convivenze forzate con partner trascuranti mentre gli amanti sono lontani, magari anche loro con partner controllanti, impossibilitati alle fughe d’amore ma anche a contatti telefonici o via social. Ovviamente la peggio è per coloro che sono a casa con conviventi o familiari violenti.

Chi invece è abituato a lavorare in equipe (gruppi di lavoro, sportivi o musicisti), mosso dal desiderio di cooperazione o di inclusione, soffrirà molto per il mancato soddisfacimento di questa attività di squadra. Chi ha una vita sociale ricca e soddisfacente, risente della lontananza e della impossibilità a svolgere le attività gruppali.

Mastery, coping e tanta creatività


Come gestire tutte queste attivazioni? Le emozioni che ne derivano come ansia, colpa, paura, tristezza, rabbia? Le immagini di sé come abbandonati, incapaci, dannosi, non amabili? Quando si attivano, ci fanno pensare, agire e sentire in modo automatico e procedurale come se veramente fossimo soli e abbandonati, fallimentari e inadeguati, bloccati per sempre o pericolosi criminali, costringendoci ad attuare strategie di coping non sempre adattive.

Sappiamo bene che la prima cosa da fare è esserne consapevoli e distinguere la rappresentazione che abbiamo di noi stessi dalla realtà, anche se in momenti del genere, è particolarmente difficile. Come quando a una mia paziente, Maria, devo ricordare che è vero che il suo ragazzo Roberto è in isolamento a 100 km di distanza, ma questo non vuol dire che non è più nella sua mente. Eh, sappiamo quanto è faticoso!

A parte questo indispensabile processo di differenziazione, sono essenziali coping funzionali e mastery di secondo e terzo livello (Dimaggio et al., 2019), a livello sia individuale che collettivo. In realtà è proprio quello che stiamo già osservando. Molte persone, in modo autonomo ed efficace, tanto per fronteggiare l’angoscia del virus, ma anche l’isolamento forzato, si stanno appoggiando ai social come Facebook o Instagram. L’APP che più sta avendo successo è Tik-Tok. È efficace perché, date le sue caratteristiche, dà la possibilità di realizzare rapidamente video di pochi secondi, molto dinamici, divertenti e leggeri, in perfetta linea con i tempi digitali di oggi. Inoltre, alcune piattaforme interattive come Skype, Zoom o videochiamate WhatsApp permettono di vederci spesso, di condividere, di sentirci meno soli. Addirittura gruppi di colleghi collaborano in Smart Working per raggiungere ugualmente i loro obiettivi. Gruppi di amici che continuano a fare allenamenti sportivi in diretta video o aperitivi arrangiati con popcorn e Martini. Fedeli che si riuniscono per pregare. Ovviamente noi terapeuti usiamo tutte queste possibilità tecnologiche anche per continuare a seguire i nostri pazienti. Ne abbiamo già parlato in un altro articolo Le terapie online: quello che accade attraverso uno schermo. Insomma, l’isolamento può essere subito o affrontato. Tutta questa tecnologia, effettivamente, ci sta permettendo di ricadere nel secondo caso.

Sono fortunati poi, anche coloro che approfittano di questo tempo nuovo per rafforzare le unioni o per dare spazio al gioco sociale (Panksepp, Biven 2012). In questa categoria rientrano ad esempio, padri e madri che, magari poco abituati, si trovano a dover gestire i tempi morti a contatto stretto con i loro figli reinventando il tempo libero.

Quello che accade nelle chat Whatsapp, nelle condivisioni di meme, foto o video come possiamo definirlo? Cosa succede quando Vito mi manda immagini divertenti sulle bimbe di Conte o su RoboDeLuca oppure video di uomini con la pancia che implorano pietà? Cosa succede in lui quando io gli mando le foto dei miei gatti o della mia disperazione dopo 8 giorni di isolamento? Cosa gli è accaduto quando, con delle amiche, gli ho fatto una videochiamata a sorpresa e l’ho beccato proprio mentre uno dei suoi figli spegneva le candeline per il suo compleanno? È accaduto che mi ha scritto un messaggio che recitava: “Grazie, vi adoro”. Accade una cosa magica, difficile da spiegare. Eppure noi terapeuti la conosciamo bene, perché accade spesso in diversi momenti delle nostre sedute con i pazienti. Si chiama sintonizzazione, rispecchiamento. Si chiama condivisione e interrelazione. Equivale a dire: non sei solo, ed io mi sento esattamente come te.

La soddisfazione vicaria dei Wish tramite la creatività e la vicinanza virtuale è rapidissima, si moltiplica di giorno in giorno, di ora in ora vengono creati e diffusi nuovi meme, video, vignette, grafiche, messaggi vocali che ci permettono di shiftare ad esempio dal bisogno di attaccamento, di apprezzamento, di autonomia fisica a quello della condivisone giocosa. Tramite la creatività, perfino il sistema sentimentale o sessuale shifta produttivamente nel gioco. Diciamocelo, in questo periodo, complice anche il tempo libero, girano molto più frequentemente immagini e video a contenuto ironicamente piccante. Tutto ciò ha però una funzione cooperativa, crea un senso di vicinanza generale che sta avvenendo in vari modi. Si va a soddisfare un bisogno di ordine superiore di intersoggettività, si passa dai SMI di secondo livello a quelli primari. A questo servono allora gli applausi, i flash-mob, le bandiere, l’inno di Mameli, i concerti sui balconi e la diffusione di contenuti sui social.

Quello che, alla fine di questa riflessione vogliamo chiederci è: ce lo saremmo mai aspettato? Avremmo mai pensato di trovare modi così funzionali per gestire l’isolamento ed il senso di precarietà che ci troviamo a vivere? Questa è la faccia bella della nostra umanità. In questo senso allora non è vero che ce la faremo, ce l’abbiamo già fatta.

Scritto da: Vito Lupo, Virginia Valentino
 

Bibliografia:
Bowlby J. (1988). Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento. Milano: Raffaello Cortina Editore.

Dimaggio G., Ottavi, P., Popolo R., Salvatore G. (2019). Corpo, immaginazione e cambiamento. Terapia metacognitiva interpersonale. Milano: Raffaello Cortina.


Liotti G., Monticelli F. (2014). Teoria e clinica dell’alleanza terapeutica. Milano: Raffaello Cortina Editore.


Panksepp J., Biven L. (2012). The Archeology of Mind. New York. Neuroevolutionary Origins Of Human Emotions. W. W. Norton & Company.

 

 

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