Tempi moderni e lavoro precario.



30/01/2020 | 16:00

 

Credo che in questi tempi molto “particolari”, dobbiamo modificare radicalmente tutte le nostre idee, le nostre concezioni e convinzioni riguardo all’idea del lavoro. Oggi pochissimi lavori sono ottimamente retribuiti e allo stesso tempo si possono fare senza grossi sacrifici, un tempo diventare insegnante, impiegato comunale, ragioniere, oppure operaio era piuttosto fattibile, si guadagnava bene e si riusciva a vivere tranquillamente, a portare avanti una famiglia.

Permangono oggi nella nostra mente aspirazioni lavorative di questo genere. E’ necessario a mio parere scardinare radicalmente queste consolatorie ma, ahinoi vecchie e obsolete convinzioni, solo così ci si potrà approcciare con lucidità e intelligenza nell’attuale mondo lavorativo che è, si sa, precario, saturo e pessimamente retribuito.

Dobbiamo stare molto attenti, guardarci continuamente attorno, pensare e ragionare bene sia per noi, ma anche per le scelte scolastiche e lavorative dei nostri figli. Dobbiamo sperare che tutto andrà meglio nel giro di pochissimo tempo, crederci fermamente in questo, tuttavia, dobbiamo muoverci agendo come se le cose tra cinque anni diventassero molto più critiche di oggi.

Il tema del lavoro è spesso al centro di molte nostre preoccupazioni perché coinvolge la nostra vita pratica presente e futura ma anche molti aspetti del sé che giocano un ruolo fondamentale per il nostro benessere. Tra le preoccupazioni più frequenti legate all’attuale andamento del mercato del lavoro troviamo quella di poter perdere il proprio posto, con la conseguente preoccupazione di non riuscire a trovarne un altro, oppure di trovarne uno di livello inferiore o con una paga minore.

C’è poi la preoccupazione legata all’avanzamento tecnologico che ci rende sempre un passo indietro rispetto a chi è più giovane di noi e che ci obbliga a rivedere le nostre competenze che rischiano di diventare obsolete. C’è la preoccupazione legata ad un fattore socioculturale secondo il quale si deve andare in pensione con l’azienda presso la quale si è entrati nel mondo del lavoro. Questo è ciò che accadeva nel passato e che spesso la cultura familiare ci ha trasmesso, ma sappiamo essere un evento estremamente improbabile al giorno d’oggi, dobbiamo liberarci di queste credenze, purtroppo è così.

Ci sono poi una serie di preoccupazioni che invece hanno a che fare con il nostro stile di personalità, con i nostri valori, con le nostre credenze rispetto al lavoro, con quanto ci identifichiamo con ciò che facciamo e da quanto la nostra autostima dipende dai risultati lavorativi ottenuti. Così finiamo spesso per preoccuparci di svolgere il nostro lavoro in maniera perfetta, di ricevere critiche dal nostro capo, di poter perdere il lavoro e di conseguenza sentirci falliti e rimuginiamo tanto tempo su quanto questo sia terribilmente ingiusto.

Di seguito degli stralci tratti da un interessante articolo sull’argomento:

Qualunque sia esattamente la nostra particolare preoccupazione rispetto al lavoro, deriva sempre da alcuni fattori generali qui descritti sinteticamente:

Sindrome dell’impostore: descritta dagli psicologi Harvey e Katz, consiste nel pensare di aver in qualche modo indotto gli altri a sovrastimare il proprio valore e le proprie capacità. Il proprio valore o successo viene al contrario attribuito alla facilità del lavoro o alla fortuna. Da qui il timore di essere scoperto dagli altri, di essere smascherato proprio come un impostore. L’insicurezza provata influisce negativamente sulla prestazione lavorativa che tende inevitabilmente a peggiorare.

Bisogno di essere apprezzati e giudicati equamente: spesso nel contesto lavorativo ricerchiamo la gratificazione di bisogni personali quali ad esempio quello di essere trattati giustamente, di essere apprezzati per il lavoro svolto e possibilmente premiati. Se però la nostra visione del lavoro si basa su questi bisogni ogni critica del capo o ogni mancato segno di approvazione ci renderanno frustrati e pieni di risentimento. Il risentimento aumenterà la sensazione di non star ottenendo i propri obiettivi e che questo avvenga a causa del capo o dei colleghi che non riconoscono la nostra competenza. Il rimuginio ansioso e l’emozione negativa provata ci porteranno a preoccuparci ancora di più rispetto al nostro futuro lavorativo. Inoltre i pensieri negativi potrebbero generalizzarsi, facendoci arrivare a pensare che non esista alcuna giustizia nel mondo del lavoro e che le cose non vadano così come dovrebbero andare. Tali pensieri potrebbero conseguentemente portarci ad attuare condotte passive/aggressive come rimandare il lavoro da fare o il farlo in maniera poco accurata, attraverso le quali esprimere il nostro disappunto. L’effetto negativo è però quello di creare ulteriori preoccupazioni rispetto alla possibilità che il capo se ne accorga e ci critichi o, nel caso peggiore, ci licenzi.

Perfezionismo: si riferisce al timore di non riuscire a svolgere il proprio lavoro al meglio, timore che spesso ci spinge a lavorare molte ore in più rispetto al normale orario e a trascurare tutta una serie di impegni extra-lavorativi quali la famiglia, gli amici, lo sport ecc. Il rischio è quello di investire tutto il nostro tempo nel lavoro peggiorando la qualità delle relazioni familiari e interpersonali tagliandoci via la possibilità di ottenere gratificazioni da queste. Restringendo il nostro interesse unicamente al lavoro, aumenteremo anche le preoccupazioni relative a quest’ultimo. Se le gratificazioni dal lavoro scarseggeranno potrebbe instaurarsi una sindrome da burn-out, che oltre a peggiorare la nostra salute psicofisica ci farà sentire dei falliti anche nell’unico campo nel quale abbiamo investito tutte le nostre risorse.

Eccesso di lavoro: è ormai un dato dimostrato come negli ultimi venti anni le ore lavorative annuali siano aumentate rispetto al passato, un po’ a causa del desiderio di crescere e far carriera, un po’ dalla necessità economica. Di fatto l’aumentato investimento delle persone nel campo lavorativo non trova lo stesso tipo di aumentato impegno delle aziende nei suoi confronti. Infatti, non sempre a tale impegno corrispondono i risultati sperati ma al contrario a volte si arriva alla perdita del lavoro a causa di fusioni aziendali, riduzione del personale, ecc.

Declino del senso di comunità: per senso di comunità si intende il senso di collaborazione costante fra individui volto al raggiungimento di fini, valori o attività comuni. L’assenza di partecipazione ad una comunità della quale sentirsi parte al di fuori dal contesto lavorativo può renderci più vulnerabili. Sia perché manchiamo di un sostegno che possa aiutarci nei momenti di difficoltà lavorativa, sia perché può generare in noi la convinzione che i nostri bisogni personali possano essere appagati solamente dal lavoro.

Cosa fare?

Alcuni suggerimenti da seguire per iniziare a fare qualcosa rispetto alle nostre preoccupazioni possono essere i seguenti.

1- Innanzi tutto porsi delle domande rispetto a quando serve preoccuparsi e quando no. In questo modo saremo in grado di scoprire la nostra “teoria” della preoccupazione. Troveremo cioè i motivi per i quali secondo noi è utile preoccuparsi. Ad esempio molte persone ritengono che rimuginare a lungo su un problema sia un modo efficace per trovare una soluzione.

2- Concentrarsi poi su quando è utile e quando no preoccuparsi del lavoro. Potremo così ad esempio distinguere tra le preoccupazioni per un futuro ignoto e lontano e quelle sul presente, concentrando così la nostra attenzione sulle situazioni nelle quali oggi possiamo intervenire e valutare così in che modo. Contrastando le proprie inquietudini in maniera concreta e finalizzata infatti potremo smentire le convinzioni negative che sostenevano il nostro malessere.

3- Accettare la realtà per quella che è senza opporsi al cambiamento. Alcune delle realtà che le persone si rifiutano di accettare sono nella maggioranza dei casi: l’incertezza e l’ingiustizia. Percepire una situazione come incerta o ingiusta provoca in molte persone sentimenti di ansia o rabbia difficilmente gestibili che vengono affrontati tentando di opporsi ostinatamente all’evento che le ha procurate anche quando questo comportamento si rivela non utile o addirittura controproducente.

4- Iniziare a ragionare sul proprio modo di pensare e metterlo in relazione con il proprio malessere. Spesso infatti non è tanto la situazione in sé ad essere particolarmente negativa e a farci stare male, ma il significato che noi gli attribuiamo e quindi il tipo di pensieri e ragionamenti con la quale la valutiamo.

5- Chiedersi qual è la minaccia più profonda percepita. Quali sono le credenze di base che entrano in conflitto con la situazione che stiamo vivendo? Individuate tali credenze avremo l’opportunità di metterle in discussione, di capire da dove traggono origine e quanto ci siano attualmente utili o quanto al contrario possano essere riviste e modificate in un’ottica di benessere e funzionalità.

6- Ridimensionare la paura delle critiche e del fallimento. Nel caso della preoccupazione per il lavoro è importante concentrarsi sul positivo, sui nostri comportamenti che hanno buone probabilità di successo e crearsi delle alternative al proprio lavoro attuale, tenendo in considerazione le nostre aspirazioni ma anche la realtà del mercato del lavoro.

7- Inoltre è importante sviluppare un buon senso d’appartenenza alla comunità, investire sulle proprie relazioni interpersonali, sulla partecipazione ad attività di interesse collettivo che ci consentano di sperimentare un sentimento d’appartenenza esterno al lavoro e di soddisfare i bisogni personali altrimenti inappagati.

8- Utilizzare le emozioni provate, come un segnale per capire meglio cosa ci sta succedendo, come feedback dal quale trarre suggerimenti sulle decisioni o sui comportamenti da attuare. Non utilizzatele come causa delle vostre preoccupazioni. Affrontare le proprie emozioni dà la possibilità di scoprire valori e credenze profonde che ci guidano e quindi eventualmente rivederle nel caso in cui non risultino più essere funzionali per noi.

9- Dedicarsi al momento presente, stabilite delle attività da svolgere nel momento in cui vi capita di preoccuparvi, che non abbiano a che fare con il lavoro. Svolgere attività piacevoli o sportive, ad esempio, aiuta a staccare la mente dalle proprie ansie e a sperimentare emozioni positive. Altre attività quali  lo yoga, attività meditative o esercizi di respirazione possono aiutarci a vivere più serenamente le nostre emozioni e a gestirle in maniera funzionale.

Personalmente aggiungerei un decimo punto:

10- Essere flessibili, adattabili e polivalenti, è necessaria molta flessibilità mentale e capacità di continuo riadattamento per passare da un ambiente lavorativo ad un altro anche in tempi relativamente rapidi. Inoltre, cosa forse più importante di tutte, è indispensabile saper fare più lavori, soprattutto pratici, va bene si studiare ingegneria ad esempio, ma contemporaneamente, imparate a fare la pizza, a fare i cocktail, a fare l’idraulico, faccio un esempio: un diploma di alberghiero offre maggiori sbocchi lavorativi di una laurea, si lavora già a 19 anni e potenzialmente in tutto il mondo.

E’ chiaro che a seconda dell’intensità dell’ansia sperimentata e delle conseguenti difficoltà di pensiero o di azione può essere difficile affrontare da soli la situazione. Lo stesso obiettivo può essere allora perseguito attraverso il supporto di uno psicologo psicoterapeuta. Lo specialista potrà fornire innanzi tutto sostegno e comprensione rispetto al problema, lo inquadrerà in modo da comprendere quali fattori lo mantengano impedendoci di superarlo da soli. Imposterà insieme a voi il percorso terapeutico più adatto al caso.